1 – La Gioconda

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Itinerario alla scoperta delle curiosità di Firenze, mi raccomando rigorosamente a piedi e a passo lento!

Esistono più versioni di tutte le leggende narrate, ma vi racconterò sempre e solo quella a me più simpatica.

Potete usare il seguente link per raggiungere la posizione.

Link alla posizione

No, tranquilli, seguendo queste indicazioni non arriverete a piedi fino a Parigi, al museo del Louvre dove attualmente è custodita la Gioconda. No, non vi ritroverete difronte al dipinto, ma soltanto davanti a una targa dorata di un’associazione fiorentina posta su un muro, vicino a una porta, a ricordo del luogo in cui avvenne una curiosa vicenda che rese il dipinto ancor più famoso in tutto il mondo.

targa

Nota aggiuntiva: da Dicembre 2018 anche questa targa è sparita!
Fate riferimento a via Panzani n° 2, naturalmente a Firenze!

Vi trovate nel punto in cui nel 1911 avreste potuto comprare la Gioconda, avete letto bene e non parlo di una copia da un venditore ambulante, ma proprio dell’originale.

Tutti conoscono il più celebre dipinto di Leonardo da Vinci. Monna Lisa, meglio conosciuta come la Gioconda, dipinto che probabilmente rappresenta Lisa di Antonmaria Gherardini, nobildonna italiana, da qui “Monna Lisa”, moglie di Francesco di Bartolomeo di Zanobi del Giocondo, da qui “la Gioconda”.

Ovviamente, nel 1911, non c’era Leonardo da Vinci a cercare di vendervi il suo quadro (morì nel 1519), ma neanche una famosa casa d’asta dell’epoca, una galleria o dei mercanti d’arte, nulla di tutto questo. La verità è che avreste potuto comprarlo da un’imbianchino.

Proprio così! Forse non tutti sanno che uno dei dipinti più famosi al mondo, la Gioconda, fu oggetto di un clamoroso furto da parte di un imbianchino italiano.

La sparizione

Nel punto dove siete arrivati in via Panzani, proprio in questo luogo, una volta sorgeva l’ex albergo Tripoli Italia, poi divenuto hotel Gioconda e fu qui, in una delle stanze dell’albergo che l’autore del furto, Vincenzo Peruggia, tentò di vendere il dipinto a un’antiquario, il quale, insospettito, si presentò all’appuntamento insieme al direttore degli Uffizi.

A quel tempo, proprio come ai giorni nostri, la Gioconda si trovava esposta a Parigi, al Louvre. Vincenzo si era traferito in Francia per lavoro e aveva ottenuto un incarico temporaneo come operaio all’interno del museo. Presto si rese conto e non a torto, che molte opere esposte erano italiane, sottratte all’Italia durante le campagne napoleoniche. Spinto da un forte senso di patriottismo decise di compiere un gesto folle per riportarne almeno una in Italia. La scelta cadde sulla Gioconda, ma per motivi pratici, non dico che fu una scelta casuale, ma sicuramente commisurata alle sue possibilità. Le dimensioni del dipinto, olio su tavola di pioppo, sono contenute, 77×53 cm (altezza x larghezza) e lo rendevano quindi facile da trasportare e nascondere.

Il furto avvenne nel 1911, durante un giorno di chiusura del Louvre. Vincenzo si nascose all’interno del museo, tolse sia la cornice che il vetro e riuscì ad uscire con il quadro sotto il cappotto. Voleva restituire l’opera di Leonardo all’Italia pensando che fosse stata trafugata e portata in Francia durante le campagne napoleoniche. Il dipinto fu soltanto iniziato a Firenze, poi in realtà fu lo stesso Leonardo da Vinci a  portarlo in Francia e a venderlo al re Francesco I.

Napoleone, quindi? No, non rubò il quadro della Gioconda all’Italia, ma certo non rimase estraneo al suo fascino in quanto lo volle esposto nella camera da letto della moglie Josephine, poi l’opera venne trasferita al Musée Napoléon, lo stesso che oggi è chiamato Louvre.

Scoperta la sparizione del dipinto si scatenarono delle indagini furibonde e persino il poeta Guillaume Apollinaire venne arrestato e subì un processo perché sospettato del furto, tra gli interrogati anche l’amico Pablo Picasso. I due furono coinvolti nelle indagini della sparizione della Gioconda perché avevano acquistato da un ricettatore delle statuette trafugate dal Louvre. A quei tempi non era insolito che qualche opera venisse rubata, il sistema di sicurezza non era efficiente e ogni tanto spariva qualcosa. Il processo fu pittoresco e alla fine i due furono rilasciati dal giudice senza alcuna condanna.

Torniamo a Vincenzo, l’imbianchino patriota che rubò la Gioconda, riuscì a nascondere il quadro per ben due anni, per gran parte sotto il tavolo della sua cucina!!! Poi, nel 1913, in Italia, a Firenze, in questo punto, in una camera dell’albergo, incontrò l’antiquario che aveva contattato per la vendita e che a sua volta aveva chiamato l’allora direttore degli Uffizi. Vincenzo aveva scritto una lettera per contattare l’antiquario fiorentino, ma leggendola l’uomo s’insospettì. Riportava le seguenti parole “Il quadro è nelle mie mani, appartiene all’Italia perché Leonardo è italiano” firmato “Leonardo”.

Antiquario e direttore videro il quadro e capirono di trovarsi davanti all’opera inestimabile di Leonardo. Con la scusa di doverlo esaminare riuscirono a farselo lasciare e da lì a poco Vincenzo fu arrestato mentre faceva un giro in centro.

Il ritrovamento

Vincenzo si aspettava una ricompensa, un premio, un vitalizio, invece venne processato e condannato, però soltanto a un anno di reclusione, pena poi ridotta a sette mesi.

Il furto trasformò la Gioconda in un mito, il bizzarro caso internazionale contribuì ad accrescerne la fama mondiale. Alla fine di questa storia, come me, vi ricorderete solo il nome di Vincenzo ed è per questo che solo adesso vi cito i nomi dell’antiquario Alfredo Geri e del direttore degli Uffizi Giovanni Poggi ai quali noi tutti dobbiamo esser grati per aver recuperato e condiviso il patrimonio dell’umanità ritrovato.

Lo scellerato furto poteva portare al danneggiamento o alla sparizione dell’opera di Leonardo, patrimonio di tutti.

Prima di tornare a Parigi, la Gioconda fu esposta per un ultimo saluto, negli Uffizi a Firenze e poi a Roma.

Angelo Marra
(05-Ottobre-2018)

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2 – La Berta

Itinerario alla scoperta delle curiosità di Firenze, mi raccomando rigorosamente a piedi e a passo lento!

Esistono più versioni di tutte le leggende narrate, ma vi racconterò sempre e solo quella a me più simpatica.

Potete usare il seguente link per raggiungere la posizione (a terra!), spostatevi dal lato opporto della strada per aver maggior visuale.

Link alla posizione

La Berta, probabilmente diminutivo di “la Roberta”, è il nome che i fiorentini attribuiscono alla statua di una testa di donna che si trova in via de’ Cerretani. Non la trovate lungo il cammino, ma in alto, su quello che rimane del campanile della chiesa di Santa Maria Maggiore, guardate tra le due finestre, a sinistra.

Berta - Firenze

La Berta era una “cavolaia”, una venditrice di cavoli, un’ortolana. Era una donna che aveva vissuto tante primavere, sola, senza famiglia, né marito né figli e aveva lavorato tutta la vita.

Sembra che per sua volontà, prima di morire, donò tutti gli averi alla chiesa, tutto quanto era riuscita a risparmiare durante la vita. Aveva espresso il desiderio che venisse comprata una campana tale da poter essere udita anche da chi, come lei, aveva dovuto lavorare fuori dalle mura cittadine. La campana, tra le altre cose, doveva quindi avvertire della chiusura delle porte della città.

Siamo nel Medioevo e durante la notte le porte d’accesso alle mura della città venivano chiuse per motivi di sicurezza. Fuori c’erano i campi dove molti andavano a lavorare, ma a quei tempi non era suggerito rimanere fuori dalle mura col buio, erano tempi pericolosi.

I ritardatari che cercavano d’entrare in città erano soliti lanciare dei sassi verso le porte per avvertire i guardiani del loro arrivo e sperare d’essere aspettati o di ritardare almeno un poco la chiusura delle porte, quel tanto necessario per mettersi in salvo. Nasce a quei tempi il detto fiorentino “essere alle porte co’ sassi” che significa “ridursi all’ultimo minuto”, “c’è rimasto poco tempo”.

P.S.:
Se sentite un “profumino” strano nell’aria, entrate in chiesa dalla porta su quello stesso lato della Berta e girate a destra, alzate lo sguardo e capirete…

C’è un piede a prender aria!

il piede

Angelo Marra
(29-Settembre-2018)

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