Obrigado

A un passo l’una dall’altra
la piazza dal cielo lilla
dove il suono delle campanelle di jacaranda
annuncia l’arrivo della calura
e la vicina dimora
degli spiriti liberati
col suo scarno bianco costato
che svetta nell’azzurro
da quando forza dirompente
scosse fino a liberarla
dall’umana visione
lasciandovi polvere e morte
portandovi luce e verdi pascoli.

Angelo
(13-Giugno-2017)

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Disgiunti

Nulla fuori di lei
tutto parte di lei
lei intorno a lui
lui dentro di lei
frammenti
insoddisfatti
perché incompleti,
talvolta felici
perché incompleti.

Angelo
(28-Giugno-2017)

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La porta

La donna è la serratura
dalla quale s’intravede
il giardino dei non pensieri
l’uomo è la chiave
insieme si completano.
La felicità
è la mano che apre la porta.

Angelo
(24-Ottobre-2018)

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La Felicità

La felicità è un’onda
e può essere solo passata
colma il vuoto che ha creato
davanti a sé
prima del suo arrivo
poi spumeggia e inebria
come sulla battigia.
La felicità è un sasso lanciato in un lago
può toccare più punti,
ma nessuno sa né quanti
né dove si fermerà.
Poi, sprofonda
e vive giù sul fondale
come nel cuore di chi è felice.
La felicità è il cerchio sull’acqua
per il tocco gentile di una libellula
sempre più grandioso
sempre più tenue
nel suo lontano ricordo.
La felicità è un focolare
al quale si scaldano i cuori vicini.
La felicità può essere solo donata,
ma è un dono riflesso.
La felicità è il sorriso d’un bambino
che ha toccato il sole senza bruciarsi.
La felicità…
Non si può scegliere d’essere felici,
ma si può solo vivere
cercando di rendere felici gli altri.

Angelo Marra
(18-Ottobre-2018)

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3 – i Medici

Itinerario alla scoperta delle curiosità di Firenze, mi raccomando rigorosamente a piedi e a passo lento!

Esistono più versioni di tutte le leggende narrate, ma vi racconterò sempre e solo quella a me più simpatica.

Potete usare il seguente link per raggiungere la posizione.

Link alla posizione

Se siete giunti in questo posto vuol dire che state ammirando una prima “cartolina” di Firenze, vi state affacciando alla “finestra” del suo centro storico, il cuore della città. Qualsiasi posto del mondo cambia se visto in orari diversi, in stagioni e condizioni ambientali e persino se vissuto in compagnia di persone diverse. Il vento, la pioggia, la neve, possono anch’essi avere il loro fascino, ma spero per voi che possiate vedere Firenze baciata dal sole. La luce naturale ne esalta i colori e se avrete la fortuna di poter vedere la città in una giornata assolata allora sarete a rischio d’una sorta d’imprinting. Rischierete d’innamorarvi di Firenze e di sentirvene profondamente legati.

Aspettate a procedere. Davanti ai vostri occhi c’è il Battistero di San Giovanni dalla pianta a forma ottagonale, Dante Alighieri lo definì “il mio bel San Giovanni”. Dietro il battistero è parzialmente visibile la cattedrale di Santa Maria del Fiore e il campanile di Giotto.FirenzeAdesso alzate lo sguardo verso la vostra destra. In un angolo del palazzo arcivescovile potete vedere lo stemma di Alessandro Ottaviano de’ Medici, meglio conosciuto come papa Leone XI.
Leone XIQuesto stemma è ricco di simboli e vi dice tanto su questa città. Per la sua posizione e il suo significato, mi ricorda la targhetta col nome sul campanello di casa. Nella parte centrale, in alto, è presente il smbolo del triregno o tiara ovvero il copricapo papale.
TriregnoLateralmente sono presenti le chiavi del Paradiso che Gesù consegnò a San Pietro dicendo “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…A te darò le chiavi del regno dei cieli”, vi ricordo che San Pietro è stato il primo Papa e il simbolo delle chiavi fu adottato da tutti i Papi successivi e dallo stesso Stato del Vaticano. Perché due chiavi? Sono due perché una conduce dalla Terra al Cielo e questa via l’apre l’uomo, ma l’altra dal Cielo alla Terra è aperta da Dio. Quindi, forse, seguire gli insegnamenti di Gesù predispone l’uomo ad accedere al regno dei cieli, questa è condizione necessaria, ma non sufficiente, bisogna essere accettati e quindi si è sottoposti a giudizio da parte di chi, poi, sceglie d’aprirvi.
chiaviLa “chiesa” fu poi edificata su Paolo di Tarso (San Paolo) e non su San Pietro, ma questa è un’altra storia…

Torniamo alla parte centrale dello stemma, dove sono visibili i sei bisanti, le sei palle in campo d’oro delle quali cinque rosse e una in alto di colore blu con tre gigli dorati simbolo dei re di Francia. Questo stemma è quello dei Medici. Non sempre sono state sei, il primo stemma dei Medici aveva undici palle, ma ci sono stati periodi in cui via via venivano ridotte fino ad arrivare a Lorenzo il Magnifico che le portò a sei.
LorenzoProbabilmente l’origine del simbolo è dovuta all’inversione dei colori dello stemma dell’Arte del Cambio, arte dei banchieri e cambio moneta il cui stemma prevedeva dei fiorini d’oro su sfondo rosso.
ARTE DEL CAMBIOSapete che le attuali banche dove ai giorni nostri qualcuno ha depositato il proprio tesoretto, devono il loro nome all’usanza dell’epoca di far rimbalzare le monete straniere su un “banco”, una tavola, in modo da valutarne la bontà e il valore sulla base del suono emesso. La moneta dell’epoca era il fiorino d’oro che da un lato riportava il giglio di Firenze e dall’altro San Giovanni Battista patrono della città. Il fiorino era l’unica moneta che non veniva né fatta rimbalzare né morsa perché “San Giovanni non vuole inganni!” dice il detto popolare, l’immagine del santo patrono sulla moneta era una garanzia d’autenticità e falsificarla sarebbe stato un reato estremamente grave.

Il fiorino usato nel Medioevo apparve per la prima volta nel 1252, fu la massima espressione della potenza di Firenze poichè fatto d’oro 24 carati per un peso di 3.54 grammi. Considerate che era dai tempi dell’impero romano che non veniva coniata una moneta d’oro.
fiorinoI fiorini abbondavano nelle casse dei Medici, potentissima famiglia fiorentina originaria del Mugello, zona rurale a nord di Firenze. I Medici hanno governato su Firenze e la Toscana per trecento anni, dal 1400 al 1700 segnando profondamente la storia d’Italia e d’Europa. La famiglia dei Medici può vantare tre papi (Leone X, Clemente VII, Leone XI) e due regine di Francia (Caterina e Maria de’ Medici). I Medici hanno tessuto alleanze, sia tramite matrimoni che accordi economici, sono stati protagonisti d’intrighi e atti di corruzione volti a tutelare e accrescere il loro potere e la loro ricchezza.

Vi domanderete, ma come è nata la fortuna dei Medici?

Si sono serviti delle loro grandi ricchezze accumulate dal prestito di denaro per conquistare anche il potere. Fecero assegnare agli amici della famiglia le cariche pubbliche più strategiche. La vera svolta  avvenne quando divennero i banchieri della Chiesa, privilegio ottenuto dopo aver sostenuto un candidato amico alla carica di pontefice. I Medici poterono così riscuotere le decime (tasse) della Chiesa e amministrarne l’immenso patrimonio. Erano tempi in cui a Firenze c’era la Repubblica, ma dietro l’illusione di libertà c’erano sempre i Medici, il loro era un controllo “ombra” della città, la Signoria con Priori e Gonfalonieri costituivano il governo repubblicano di Firenze, ma indirettamente erano sempre manovrati e controllati dai Medici.

I Medici sono stati anche dei grandi mecenati, amanti e sostenitori dell’arte e del bello, hanno finanziato e commissionato opere ai più grandi artisti del Rinascimento fiorentino. Grazie a loro, la città di Firenze vanta ancor oggi un ricchissimo patrimonio artistico inestimabile, eredità collettiva che tuttora consente a molte nuove generazioni di poter vivere di turismo.

…e il papa, lo stemma?

Ah già! Leone XI venne fatto pontefice il 1° Aprile, giorno dedicato agli scherzi, fu pontefice per soli 26 giorni, poi morì.

Angelo Marra
(11-Ottobre-2018)

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1 – La Gioconda

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Itinerario alla scoperta delle curiosità di Firenze, mi raccomando rigorosamente a piedi e a passo lento!

Esistono più versioni di tutte le leggende narrate, ma vi racconterò sempre e solo quella a me più simpatica.

Potete usare il seguente link per raggiungere la posizione.

Link alla posizione

No, tranquilli, seguendo queste indicazioni non arriverete a piedi fino a Parigi, al museo del Louvre dove attualmente è custodita la Gioconda. No, non vi ritroverete difronte al dipinto, ma soltanto davanti a una targa dorata di un’associazione fiorentina posta su un muro, vicino a una porta, a ricordo del luogo in cui avvenne una curiosa vicenda che rese il dipinto ancor più famoso in tutto il mondo.

targa

Vi trovate nel punto in cui nel 1911 avreste potuto comprare la Gioconda, avete letto bene e non parlo di una copia da un venditore ambulante, ma proprio dell’originale.

Tutti conoscono il più celebre dipinto di Leonardo da Vinci. Monna Lisa, meglio conosciuta come la Gioconda, dipinto che probabilmente rappresenta Lisa di Antonmaria Gherardini, nobildonna italiana, da qui “Monna Lisa”, moglie di Francesco di Bartolomeo di Zanobi del Giocondo, da qui “la Gioconda”.

Ovviamente, nel 1911, non c’era Leonardo da Vinci a cercare di vendervi il suo quadro (morì nel 1519), ma neanche una famosa casa d’asta dell’epoca, una galleria o dei mercanti d’arte, nulla di tutto questo. La verità è che avreste potuto comprarlo da un’imbianchino.

Proprio così! Forse non tutti sanno che uno dei dipinti più famosi al mondo, la Gioconda, fu oggetto di un clamoroso furto da parte di un imbianchino italiano.

La sparizione

Nel punto dove siete arrivati in via Panzani, proprio in questo luogo, una volta sorgeva l’ex albergo Tripoli Italia, poi divenuto hotel Gioconda e fu qui, in una delle stanze dell’albergo che l’autore del furto, Vincenzo Peruggia, tentò di vendere il dipinto a un’antiquario, il quale, insospettito, si presentò all’appuntamento insieme al direttore degli Uffizi.

A quel tempo, proprio come ai giorni nostri, la Gioconda si trovava esposta a Parigi, al Louvre. Vincenzo si era traferito in Francia per lavoro e aveva ottenuto un incarico temporaneo come operaio all’interno del museo. Presto si rese conto e non a torto, che molte opere esposte erano italiane, sottratte all’Italia durante le campagne napoleoniche. Spinto da un forte senso di patriottismo decise di compiere un gesto folle per riportarne almeno una in Italia. La scelta cadde sulla Gioconda, ma per motivi pratici, non dico che fu una scelta casuale, ma sicuramente commisurata alle sue possibilità. Le dimensioni del dipinto, olio su tavola di pioppo, sono contenute, 77×53 cm (altezza x larghezza) e lo rendevano quindi facile da trasportare e nascondere.

Il furto avvenne nel 1911, durante un giorno di chiusura del Louvre. Vincenzo si nascose all’interno del museo, tolse sia la cornice che il vetro e riuscì ad uscire con il quadro sotto il cappotto. Voleva restituire l’opera di Leonardo all’Italia pensando che fosse stata trafugata e portata in Francia durante le campagne napoleoniche. Il dipinto fu soltanto iniziato a Firenze, poi in realtà fu lo stesso Leonardo da Vinci a  portarlo in Francia e a venderlo al re Francesco I.

Napoleone, quindi? No, non rubò il quadro della Gioconda all’Italia, ma certo non rimase estraneo al suo fascino in quanto lo volle esposto nella camera da letto della moglie Josephine, poi l’opera venne trasferita al Musée Napoléon, lo stesso che oggi è chiamato Louvre.

Scoperta la sparizione del dipinto si scatenarono delle indagini furibonde e persino il poeta Guillaume Apollinaire venne arrestato e subì un processo perché sospettato del furto, tra gli interrogati anche l’amico Pablo Picasso. I due furono coinvolti nelle indagini della sparizione della Gioconda perché avevano acquistato da un ricettatore delle statuette trafugate dal Louvre. A quei tempi non era insolito che qualche opera venisse rubata, il sistema di sicurezza non era efficiente e ogni tanto spariva qualcosa. Il processo fu pittoresco e alla fine i due furono rilasciati dal giudice senza alcuna condanna.

Torniamo a Vincenzo, l’imbianchino patriota che rubò la Gioconda, riuscì a nascondere il quadro per ben due anni, per gran parte sotto il tavolo della sua cucina!!! Poi, nel 1913, in Italia, a Firenze, in questo punto, in una camera dell’albergo, incontrò l’antiquario che aveva contattato per la vendita e che a sua volta aveva chiamato l’allora direttore degli Uffizi. Vincenzo aveva scritto una lettera per contattare l’antiquario fiorentino, ma leggendola l’uomo s’insospettì. Riportava le seguenti parole “Il quadro è nelle mie mani, appartiene all’Italia perché Leonardo è italiano” firmato “Leonardo”.

Antiquario e direttore videro il quadro e capirono di trovarsi davanti all’opera inestimabile di Leonardo. Con la scusa di doverlo esaminare riuscirono a farselo lasciare e da lì a poco Vincenzo fu arrestato mentre faceva un giro in centro.

Il ritrovamento

Vincenzo si aspettava una ricompensa, un premio, un vitalizio, invece venne processato e condannato, però soltanto a un anno di reclusione, pena poi ridotta a sette mesi.

Il furto trasformò la Gioconda in un mito, il bizzarro caso internazionale contribuì ad accrescerne la fama mondiale. Alla fine di questa storia, come me, vi ricorderete solo il nome di Vincenzo ed è per questo che solo adesso vi cito i nomi dell’antiquario Alfredo Geri e del direttore degli Uffizi Giovanni Poggi ai quali noi tutti dobbiamo esser grati per aver recuperato e condiviso il patrimonio dell’umanità ritrovato.

Lo scellerato furto poteva portare al danneggiamento o alla sparizione dell’opera di Leonardo, patrimonio di tutti.

Prima di tornare a Parigi, la Gioconda fu esposta per un ultimo saluto, negli Uffizi a Firenze e poi a Roma.

Angelo Marra
(05-Ottobre-2018)

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2 – La Berta

Itinerario alla scoperta delle curiosità di Firenze, mi raccomando rigorosamente a piedi e a passo lento!

Esistono più versioni di tutte le leggende narrate, ma vi racconterò sempre e solo quella a me più simpatica.

Potete usare il seguente link per raggiungere la posizione (a terra!), spostatevi dal lato opporto della strada per aver maggior visuale.

Link alla posizione

La Berta, probabilmente diminutivo di “la Roberta”, è il nome che i fiorentini attribuiscono alla statua di una testa di donna che si trova in via de’ Cerretani. Non la trovate lungo il cammino, ma in alto, su quello che rimane del campanile della chiesa di Santa Maria Maggiore, guardate tra le due finestre, a sinistra.

Berta - Firenze

La Berta era una “cavolaia”, una venditrice di cavoli, un’ortolana. Era una donna che aveva vissuto tante primavere, sola, senza famiglia, né marito né figli e aveva lavorato tutta la vita.

Sembra che per sua volontà, prima di morire, donò tutti gli averi alla chiesa, tutto quanto era riuscita a risparmiare durante la vita. Aveva espresso il desiderio che venisse comprata una campana tale da poter essere udita anche da chi, come lei, aveva dovuto lavorare fuori dalle mura cittadine. La campana, tra le altre cose, doveva quindi avvertire della chiusura delle porte della città.

Siamo nel Medioevo e durante la notte le porte d’accesso alle mura della città venivano chiuse per motivi di sicurezza. Fuori c’erano i campi dove molti andavano a lavorare, ma a quei tempi non era suggerito rimanere fuori dalle mura col buio, erano tempi pericolosi.

I ritardatari che cercavano d’entrare in città erano soliti lanciare dei sassi verso le porte per avvertire i guardiani del loro arrivo e sperare d’essere aspettati o di ritardare almeno un poco la chiusura delle porte, quel tanto necessario per mettersi in salvo. Nasce a quei tempi il detto fiorentino “essere alle porte co’ sassi” che significa “ridursi all’ultimo minuto”, “c’è rimasto poco tempo”.

P.S.:
Se sentite un “profumino” strano nell’aria, entrate in chiesa dalla porta su quello stesso lato della Berta e girate a destra, alzate lo sguardo e capirete…

C’è un piede a prender aria!

il piede

Angelo Marra
(29-Settembre-2018)

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